spazi vuoti (3)

Trovare residui di vita. Pantaloni appesi alla corda, un pensiero in forma di sedia, una casa sfaldata dal tempo e dall’assenza. Un quartiere disabitato ridotto a fatto estetico e antico. La nostalgia che prende la forma di porte sfondate, vetri infranti, l’erba rampicante che conquista le facciate, terrazze cadenti. C’è l’estetica del “c’era una volta”, corteggiata da poetucoli letterati e dalle nonne in lutto. Ma se ne sono andati tutti e la storia ha sbugiardato Bufalino e Tornatore. Ci vivono solo gli africani e gli studenti. Com’era bello una volta, dicono gli altri; i giovani sognano Shangai. E se ne sono andati tutti. E hanno edificato i palazzi quadrati di cemento per la Milano del sud. Una volta non era bello perché se ne sono andati tutti. Una volta era povero e triste. La povertà non è bella. Le case povere solo oggi sono belle perché disabitate e ridotte a oggetti da museo: non ci vive nessuno. Sono belle da fotografare. Da ricordare. Per esercitare la nostalgia della giovinezza. Solo per questo è bello il centro storico di qualsiasi paese siciliano. Perché tutto sta cadendo, perché chi rimane sogna i sentimenti ma fa e vive le cose inorganiche. La plastica è bella, il cemento è bello. Non si può continuare a scrivere, a parlare e giudicare con la testa del “c’era una volta”, mentre le cose di ogni giorno vivono nel vetrocemento. Si riesumano i cadaveri per farne cose da museo. Luogo di fantasmi. L’umanità transita. Non si ferma e muta. Passa veloce tra i luoghi della merce. Dalla palestra ai centri commerciali. Le abitazioni s’affacciano nel virtuale, e tutto scorre. Solo i paesi stanno fermi, e le panchine che guardano il mare. Si siedono con lo sguardo solo i sogni dei poeti.(fg)

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