Proust e la musica

di Giuseppe Tinè

Ricordate la celebre pagina della Recherche proustiana sulla sonata di Vinteuil? È tratta da Un amore di Swann. Di cosa vi parla? Ad una delle serate mondane cui è solito partecipare, capita a Swann di udire una composizione musicale eseguita da piano e violino. Dapprima egli non gode se non la qualità ‘fisica’, materiale dei suoni che gli strumenti secernono; poi prova come un “piacere grande” - così dice – allorché, al di sotto della linea del violino, d’improvviso scorge la massa del pianoforte che su quella tenta sollevarsi. Solo ad un tratto però - rapito - cerca di cogliere qualcosa come una frase o un’armonia (non lo sa neanche lui) che passando - dice Proust - gli aveva aperto “più largamente” l’anima. E già l’idea dell’apertura, e quasi dello ‘squarcio’ su di un mondo sconosciuto, profondo, segreto - sembra annunciare qui quella visione della musica che nell’arco del brano si preciserà progressivamente.

Quella frase o quell’armonia - della quale egli non distingue ancora nettamente neppure il contorno - passa e ripassa allargandogli l’anima, dice Proust, “come certi odori di rose erranti nell’aria umida della sera hanno la proprietà di dilatarci le narici”.

Occorre dire che Proust è colpito, incantato dall’elemento “indefinito e ineffabile, emanante - si direbbe - dalla materia sonora in fermento” della musica. In quest’elemento, scrive Luigi Magnani in un suo splendido saggio su Proust e la musica, “il suo spirito romantico […] ama riconoscere, al di là della forma definita, l’essenza della musica, il suo incanto, la poesia; era cioè il poetico incanto della metamorfosi di tutti i sensi fusi in uno, che Baudelaire, riecheggiando «le divin Hoffmann», aveva celebrato nel famoso sonetto delle Correspondances:

Comme de longs échos, qui de loin se confondent

dans une ténébreuse et profonde unité,

vaste comme la nuit et comme la clarté,

le parfums, le couleurs et les sons se répondent.

Magnani ci ricorda a questo proposito quello che diceva Tieck, il grande romantico tedesco: “Die Farbe klingt, die Form ertönt… sich Farbe, Duft, Gesang, Geschwister nennet”: “Il colore tintinna, la forma risuona… colore, odore, canto si dicono fratelli”…

Swann cerca allora non solo di captare, ma soprattutto di trattenere quella frase: quella frase che aveva suscitato in lui una di quelle impressioni - scrive, ed ogni aggettivo ha qui un suo profondo significato - “confuse, inestese, originali, irriducibili ad ogni altro ordine di impressioni, le sole forse meramente musicali”. Vi invito a soffermarvi per un attimo su quanto Proust qui afferma: le impressioni musicali sono “irriducibili” ad ogni altro ordine di impressioni: sono interamente “originali”. Tutte le arti anelano alla condizione della musica.

Questa impressione, prodotta in lui dalla frase della sonata, fugge, non può prender corpo, consistenza, una riconoscibilità: è “sine materia”, dice Proust. Noi abbiamo dunque bisogno (al fine di rendere, per dir così, ‘visibile’ alla mente la musica - la cui più intima realtà e sostanza è al contrario ‘invisibile’ e come tale, per Proust, ‘superiore’) di ‘trasporre’ i valori ‘temporali’ della musica in valori ‘spaziali’, la sua ‘sostanza sonora’ in ‘sostanza figurativa’: la memoria fabbrica così dei fac-simili delle nostre sensazioni, delle nostre impressioni fuggitive. Questi fanno sì che quando la frase - o l’armonia che aveva suscitato in noi quella singola impressione - ritorna, essa non sia già più ‘inafferrabile’. È l’unico modo, questo, per far sì che di quelle sensazioni possa restar traccia ed una qualche consistenza nella nostra memoria: l’unico modo dunque per controllare, per ordinare quella realtà, che si dissolverebbe altrimenti in un flusso slegato di atomistiche sensazioni: l’unico per ‘distinguere’ - con il paragonarle - un’impressione dall’altra, e dunque però anche per ‘collegare’ un’impressione all’altra. La musica si spazializza, si fa disegno, architettura, pensiero. È il medesimo processo che ci porta a stabilire i rapporti matematici, quantitativi (altezza, quantità, etc.), l’estensione, la grafia della musica, etc.

Ma tutto ciò è opera dell’‘intelletto’: dell’intelletto che ‘ricorda’, appunto, e ‘traspone’ la sostanza sonora in sostanza figurativa, visibile, in una rappresentazione mentale. “Stavolta - scrive Proust - aveva chiaramente ‘distinto’ una frase che per qualche attimo si levava al di sopra delle onde sonore”.

Solo la ‘sostanza dell’anima’ sarà però in grado di leggere quei geroglifici scritti nell’aria. Dopo aver ‘distinta’ la frase, averla cioè resa ‘visibile’ e ‘riconoscibile’ alla sua mente e alla sua memoria, dopo averla così afferrata, Swann gode quelle “voluttà particolari” - misteriose e quasi divine voluttà - che essa gli provoca (di là, potremmo dire, dal rapporto che lega discorsivamente quella frase al resto della composizione musicale), e in queste ‘voluttà’ ha come il presentimento di quella più profonda e del tutto ‘invisibile’ realtà della musica che è ‘interna’, per dir così, alla musica stessa, al suono come tale. È assai significativo che Proust dica “petite phrase” o “armonia”: è una frase piccola, breve, priva, forse, addirittura d’una vera e propria articolazione; “un’armonia”, dunque; forse addirittura un semplice accordo. Swann è attratto dalla sonorità in se stessa, avulsa dal contesto e dalla struttura del discorso musicale. È attratto, ad esempio, dal puro timbro sonoro: dalla qualità più intima, insomma, del suono stesso. Dove lo conduce la frase, l’accordo, il suono? In quali regioni?

Lo conduce con ritmo lento verso una “beatitudine nobile, intelligente, precisa”: verso mete alte, dunque: verso la trascendenza, la perfezione, l’Idea. Appunto: nobile, ‘intelligente’, precisa. Il regno della musica è per Proust il regno della verità, il regno dell’ineffabile. La musica “gli si impone come una realtà superiore alle cose concrete” (Magnani). C’è per lui una specie di qualità morale nella musica, una sostanza intellettuale, un ‘quid’ che spinge lo stesso scrittore alla creazione.

La musica è espressione diretta dell’anima, misterioso viatico verso prospettive sconosciute, verso una “bellezza nuova”, dirà Proust, capace di conferire alla sua stessa sensibilità un valore più grande, di risvegliare in lui la fede perduta nei valori dello spirito. Nella musica - nella sua più intima sostanza, così affine a quella dell’anima - Swann avverte la presenza di una di quelle realtà ‘invisibili’ (‘irriducibili’, appunto, ad ogni altro ordine di realtà e di sensazione) alle quali, come ha scritto Magnani, “egli da tempo aveva cercato di credere e alle quali egli avrebbe desiderato consacrare la vita”. La musica ha il potere di strapparlo alla “secheresse”, all’aridità morale, all’inerzia e all’impotenza cui sembra costringerlo la realtà grigia, opaca, sorda, impenetrabile e prosaica di tutti i giorni: una realtà che gli nega lo stesso impulso, la stessa magica sollecitazione a creare. La musica ha però il privilegio di poterci donare questo impulso creativo proprio in quanto ci svela una realtà più profonda, una nuova bellezza: in quanto sa investire le cose, i ricordi, gli oggetti, d’una luce nuova: in una parola, sa svelarne l’essenza.

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2 Commenti a “Proust e la musica”

  1. Cateno Scrive:

    Bellissimo articolo, mi ha fatto riassaporare emozioni e incanti della Recherche.

  2. Giuseppe Tinè Scrive:

    Chi scrive è l’autore dell’articolo. Ringrazio davvero molto Cateno per il suo giudizio. Tengo a dire al lettore che è solo per distrazione che ho scritto la frase “prendere un corpo, consistenza, riconoscibilità”: non si dice infatti “prendere riconoscibilità”. Si tratta di un’espressione impropria - di cui mi scuso - dovuta, come ho detto, a distrazione. Giuseppe Tinè.

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