hegeliana - 3 - l’universale avversità
Non c’è universalità senza differenza. Questo il risultato della dialettica hegeliana che ho esaminato in hegeliana 2. Faccio un esempio: tutti gli organismi viventi sono costituiti da cellule, la cellula è l’universale vivente, ma proprio per questo esiste una varietà diversa di cellule tutte differenti quanti sono i tessuti organici. Il pensiero dell’universale pensa le differenze: universalità è differenziarsi. Foucault nel suo L’ordine del discorso ha instillato il dubbio che in ogni pensare antihegeliano contro Hegel “il nostro ricorso ai suoi danni possa forse essere ancora un’astuzia che egli ci oppone e al fondo della quale ci attende, immobile e altrove”. E Derrida centra la questione affermando che “l’esteriorità, l’alterità sono concetti che da soli non hanno mai colto di sorpresa il discorso filosofico. Questo lo ha (se ne è) sempre occupato di (per) se stesso. Con queste etichette concettuali non lo si oltrepasserà mai, l’oltrepassare è il suo oggetto” (Margini della filosofia, 1972, ed.it. 1997, p. 9). Così Derrida quando parla della sua différance, in termini classici e concettuali, sembra ripetere Hegel: ” In una concettualità e con le esigenze classiche, si potrebbe dire che différance designa la causalità costituente, produttrice e originaria, il processo di scissione e divisione di cui i differenti o le differenze sarebbero i prodotti o gli effetti costituiti” (Ibidem, p. 35). Anzi Derrida tributa all’esegesi testuale hegeliana un definitivo omaggio quando afferma che ”malgrado i rapporti di affinità assai profonda che la différance scritta in questo modo (con la e al posto dell’a) intrattiene col discorso hegeliano, così come questo deve essere letto, essa può in un determinato punto non dico rompere con esso, cosa che non ha alcun senso e possibilità, ma operare una sorta di spostamento insieme minimo e radicale” (Ibidem, p. 35). Derrida cerca la differanza come scarto laterale, margine, sottratto al senso unico della contrapposizione e quindi allo spazio di dominio di una logica dell’oltrepassamento, dell’Aufhebung. La differanza come erranza nomade. La differenza hegeliana presuppone e richiede invece l’opposizione, così come la diversità hegeliana esige la contraddizione immanente. E’ in forza di tale dialettica che ogni differenza precipita, in Hegel , nel Fondamento e compie così la sua destinazione universale. Per Derrida la logica dell’eteronomia hegeliana ragiona ancora nella cella dell’autismo (Ibidem, p. 11). Il modo hegeliano di pensare l’universale differenza esige il pensiero dell’universale star contro, attraverso cui si fa largo il fondamento. La differanza dell’erranza nomade di Derrida vorrebbe sfuggire alla differenza dell’avversità della Parte di Hegel e sottrarsi alla necessità del Fondamento. Dunque pensare la differenza senza dominio. Il vincolo dell’opposizione a cui viene connesso il differire hegeliano ne blocca l’erranza nomade, impedisce il differimento del confliggere, ne coarta la ricapitolazione e risoluzione, l’oltrepassamento, nel Fondamento. Diversamente da Derrida, e in modo classicamente hegeliano e adorniano, pensa la scrittura filosofica Sgalambro quando scrive che “Lo scrittore di filosofia…tiene d’occhio il contro“ (La consolazione, 1995, p.12). E’ questo il tema che sarà il filo conduttore della mia lettura del capitolo della Grande Logica dedicato al valore universale della Particolarità che ora mi appresto a seguire passo passo. Volendo concludere con Sgalambro, ho tenuto presente, non certo emotivamente ma nella sua fredda logica, questo passo del Dialogo Teologico (p. 49,1993), che trovo pienamente hegeliano ed in nuce sistematico: “Dio non è concepibile in rapporto a noi - a una parte cioè - che in uno stato di avversione. Ossia è concepibile solo come Parte a sua volta (o, come certuni dicono Persona).” Insomma, nel rovesciamento hegeliano di Spinoza, a venir rivalutato è persino l’aspetto logico della forma religiosa antropomorfa che presenta l’Universale in persona.
Fonte: Georg Wilhelm Friedrich Hegel: Werke. Band 6, Frankfurt a. M. 1979, pp. 280-283.
Il commento:
L’Universalità del Particolare.
a) Non si dà differenza che non stia contro.
Se non c’è universalità senza differenza, non c’è universalità senza determinazione, senza negazione. Come si costituisce l’universalità della determinazione, della negazione ? In questo tornante sono due le questioni nella cui inclinazione dobbiamo aggredire la salita del testo. Primo; 1) Il confronto con Spinoza che è la sottotraccia di questi testi che stiamo prendendo in esame. Come può una Parte comprendere e abbracciare nella propria unicità l’unità del Tutto? come può un effetto essere autonomo e libero, sovrano, rispetto alla propria causa ? come può un modo finito esprimere compiutamente la sostanza infinita ? come può l’Idea interiorizzare compiutamente l’esteriorità dispersa e dissipata, estensionale, dello spazio e del tempo ? riuscire a risolvere questi enigmi in senso positivo, determinarne la positività, comporta riuscire a rispondere alla questione che chiede di ritrovare una forma, una legge, una necessità, un dominio nel puro differire, nel puro determinare, nel puro negare. Ecco dunque il punto Secondo; 2) Determinazione e differenza, negazione, hanno una legge-forma ? strutturano e dominano uno spazio logico, o costituiscono una arbitraria varietà indefinita e molteplice, una pluralità innumerabile la cui sede unica è la regione della dissomiglianza infinita e indefinita ? Nella vicissitudine dei casi e delle circostanze emerge un Fondamento, scaturisce e si impone la Ragione di un potere e di un dominio sovrano ? o tutto è destinato solo a succedersi e conseguire in modo inarrestabilmente fluente e irrevocabile senza lasciar traccia di un disegno e di una figura ? Come si costituisce l’universalità della determinazione, della negazione ? Si deve rispondere che si costituisce solo se determinazione e negazione lasciano nella differenza la traccia di un disegno unitario del differire.
Il disegno unitario che domina le differenze, le determinazioni e le negazioni, dal punto di vista ontologico viene fornito in modo insuperato, secondo Hegel dall’Ethica di Spinoza, nella articolazione sostanza-attributi-modi. Ed Hegel nella parte finale della logica dell’essenza riscrive la risposta Spinoziana. Ma la questione del disegno unitario non si esaurisce nella disamina categoriale e ontologica. Hegel nella sezione della Logica dedicata al Concetto discute i rapporti tra Universale, Particolare e individuale, ed è chiaro che sta riformulando in termini logici l’articolazione spinoziana sostanza-attributo-modo.
L’articolazione ontologica spinoziana è per Hegel inadeguata e va trasposta al livello logico, se si vuole cogliere quel disegno unitario del differire. L’ontologia è inadeguata come ogni conoscenza oggettivante è inadeguata a rispondere alla domanda gnoseologica che chiede non solo cosa e come conosco, ma cosa è la conoscenza stessa. L’ontologia è inadeguata perché nessuna conoscenza oggettivante può fornire l’autocomprensione e l’autoconsapevolezza per cui si domina in libertà e padronanza non una qualsiasi complessità di rapporti e relazioni e interazioni tra cose, ma l’articolazione stessa del rapporto logico immanenente e costitutivo del comprendere.
Superando la logica dell’essenza nella logica del concetto Hegel si trasferisce dal livello del pensato sistematicamente al livello del pensare come origine dell’articolazione logica.
Ecco dunque che le questione sopra menzionata dell’unità di disegno del differire verrà ripresa da Hegel tematizzando il rapporto tra Universale-Particolare, in termini squisitamente logici. La questione diventa: come può il Particolare contenere l’Universale ? e come il Particolare rimane immanente all’Universale ?
Il trucco per seguire la dialettica hegeliana è accettare la sua impossibilità semantico-referenziale, a questo livello logico scoperta, ma fungente in modo implicito ai livelli ontico e ontologico. Se si vuole capire occorre obbedire ai dettami del metodo autistico di cui Deridda ha parlato. In Hegel l’autismo, l’autoreferenzialità del pensare, è il metodo per attenersi alla logica o alla cosa stessa del pensiero.
Se Hegel dice che l’Universale è un Particolare, non sta parlando di un contenuto che abbia i caratteri dell’universalità e della particolarità, non sta significando un oggetto nella modalità di un giudizio copulativo che congiunge le note caratteristiche. La proposizione speculativa hegeliana non obbedisce alla triangolazione semiotica Soggetto-Predicato-Oggetto . L’Universale che è un particolare, è l’atto stesso di pensare l’universale come soggetto di un giudizio determinante, l’atto che pensando l’Universale lo determina come un Particolare di fronte e contro la particolarità del suo predicato nominale. Nella logica del concetto Hegel non parla mai di altro che della sua stessa logica del concetto. Come se questa logica bastasse a se stessa e non avesse bisogno di mondo, natura, storia. Nel mondo, nella natura, nella storia nessuno particolare sarà mai universale, se non secondo il pensiero e nell’Idea, solo sub specie logica. Questo fare dell’Universale un Particolare e di un Particolare l’Universale è l’atto di dominio del pensiero che determina (il ) l’indeterminato (un ). Questo atto di dominio muoverà anche l’evoluzione naturale, l’edificazione di mondi e il cammino storico, avrà pure la propria figura vittoriosa nella regalità umana e nella rappresentazione teologica del dio-uomo, ma nella sua pura semplicità si realizza senza residui solo nel regno spettrale della logica.
Quindi il presupposto delle considerazioni hegeliane sarà che per riformulare in modo convincente l’assoluto spinoziano come unità totale delle differenze, sciogliendolo dalla rappresentazione estensionale oggettivistico-cosale, estrinseca ed esteriore, estensiva, occorrerà mostrare la matrice generativa del differire in modo semplice e puramente logico.
Dalla res extensa al Geist. Storicamente Hegel traspone e trasferisce la geometria estensionale ed estensiva di Spinoza nella logica appercettiva e trascendentale di Kant.
L’universale che prolifera in una molteplicità di differenze negative sottostà allora ad una legge-forma che pone un vincolo coattivo di dominio. Nella sua pura e semplice autosussistenza logica, tale legge dice che la determinazione è un differire negativamente da sé stessi. Il principio di contraddizione, la legge-forma suprema, il vincolo più astratto, non è rifiutato da Hegel, ma viene dedotto dal principio della contraddizione immanente. Anche per Hegel è vero che il pensiero non si contraddice, tuttavia egli cerca di dimostrare quello che Aristotele considera dato ultimo. Il pensare non si contraddice perchè sostiene e fissa la propria contraddizione immanente, duplicando la differenza da se stesso, determinando la propria indeterminazione, sdoppiando l’unità in una opposizione duale. L’autismo monocentrico del pensare, il suo monologo, è un duellare contro un altro per se stessi, dialogo e dialettica con l’altro per se stessi, un prendere Parte contro e di fronte altre Parti. E che il pensare sia contraddizione immanente che non si contraddice è per Hegel la chiarificazione dell’oscura intuizione Kantiana della seconda versione della deduzione trascendentale nella Critica della Ragion Pura, in cui il diritto di applicare la logica alle cose, la possibilità di una logica dell’oggetto, veniva fatta infine discendere dall’unità pura della rappresentazione dell’ Io penso. Unità dell’appercezione la cui formalità in Kant richiama ancora l’estensione spazio-temporale, e che in Hegel diventa la forma puramente logica dell’autoriflessione.
Dalla frontalità del duello non sfugge il differire, e ogni differenza deve esser passata dalla forche caudine, o dal vaglio e setaccio dell’opposizione e quindi della contraddizione, per poter differire consapevolmente. Non si differisce senza colpo ferire, contro se stessi e contro altro. Non si differisce che a prezzo di lottare per il fondamento.
Domina sovrana la differenza che riesce a sussistere e permanenere nella negazione di sè stessa e dell’altro da sè. Il Fondamento è ciò che rimane dopo il confliggere competitivo delle parti, è la parte che nella propria autonegazione ha negato tutte le altre ed è rimasta l’universale padrona del campo di battaglia. Nel sistema di Hegel sappiamo che è solo l’Idea ad avere tale potere, che supera persino il potere di persistenza della rappresentazione teologica.
Rimando per la comprensione della possibilità di questo carattere immanente della negazione alle categorie della riflessione trattate da Hegel nella logica dell’essenza. Dove si spiega come l’Identità richieda Diversità e Differenza, come queste presuppongano sempre Opposizione duale, lo star contro, e come ogni star contro sia il setaccio ed il vaglio delle differenze che reggono e dominano la propria Contraddizione immanente. Dallo scavo o lavoro al negativo dell’autodeterminazione emerge infine il Fondamento inconcusso, il Grund, come dall’indeterminato materiale grezzo emerge una figura, scolpita e tirata fuori dal marmo a forza di sottrazione e colpi di scalpello.
Svincolate dalla applicazione ontologica, le categorie trovano la loro pura e semplice matrice nella sfera logica.
Non tutti i differenti allora sono variabili logicamente compossibili e componibili. La differenza è vincolata, determinata alla contrapposizione e alla contrarietà. La legge del possibile differire è il vincolo della competizione, la necessità dello stare contro e di fronte, il destino di esser Parte.
La differenza non può mantenersi nell’erramento nomade, perché viene collocata e situata, infissa e incardinata, viene inchiodata, alla partizione logica che essa stessa struttura. La determinazione universale agisce come negazione oppositiva e quindi come scissione e distinzione tra Parte propria e Parte avversa o contraria.
La differenza e la negazione sono universali, solo se riescono a mantenersi contro e ad essere parte. La Parte è sempre Duale, è parte propria e avversa, perché l’Universale è Uno.
Ecco allora che la differenza hegeliana non è lasciata libera e sola con la propria dissomiglianza, ma una identificazione fatale la destina al duello e dunque all’inesorabile logica dell’esser contro. Di nuovo, differenti non si è se non a prezzo di una lotta che coinvolge la totalità e in cui si gioca il senso della totalità.
Se per l’ontologia di Spinoza ogni determinazione è negazione, lo stesso vale per la logica di Hegel.
Per l’ontologia, ogni determinazione opponendosi e mettendosi contro, afferma il proprio conatus particolare ed in tale conatus particolare riesce a mantenersi immanente al tutto, riesce a durare nell’avversità, fino a che l’immanenza si annulli e la determinazione si dissolva nell’indeterminato;
Per la logica, la determinazione è negazione, che si consolida e si conferma, che nel con-tenersi con-tiene il senso dell’universale, ribadendo e pretendendo la propria determinazione-destinazione particolare, contro altri e contro la propria avversa indeterminazione.
D’altra parte anche in Spinoza quel che ontologicamente è visto come durata, logicamente è sub specie aeternitatis. Hegel non vuole che sbloccare logicamente la dialettica congelata nell’ontologia spinoziana.
In questo senso per Hegel l’Universale è contenuto nel Particolare ed egualmente il Particolare è immanente all’Universale, nel senso dello stare contro logico.
Tale stare contro è destinato-inviato ontologicamente al Tramonto, al passaggio, alla durata e alla fine. Logicamente, invece, all’articolazione sistematica delle differenze, al Sapere e all’azione consapevole, all’Idea eterna.
Tra l’Idea è la cosa c’è la differenza che sussiste tra il crepare ed il morire. Tra il crepare punto, e il sapere di morire. Tutto qui, questa è la salvezza filosofica, da Socrate in poi.
Nella sua purezza e semplicità logica la legge che determina le differenze esprime l’autocomprensione del Sapere e dell’agire, l’autoriflessione delle determinazioni di pensiero.
Nel pensiero autoconsapevole, nel concetto, l’unità universale dell’atto del pensare che tutto abbraccia si sviluppa in uno sdoppiamento che mette il pensare contro se stesso e di fronte a se stesso, costituendolo nella sua particolarità.
L’Universale è un Particolare: solo quando si pensa. Ma questo è anche il segreto di ogni dominio della Parte sul Tutto.
b) L’Occidente ovvero l’autocomprensione dell’ente nello star di fronte al proprio tramontare.
Dopo questi rilievi generali, seguiamo il testo.
La determinatezza (Bestimmtheit) sta in rapporto costitutivo con l’indeterminatezza. A secondo del livello, ontico, ontologico o logico, in cui si considera questo rapporto, essa, l’In/Determinazione, si costituisce come tramonto e fine (livello ontico categoriale), come relazione e dipendenza (livello ontologico categoriale), come dominio (livello logico concettuale).
A livello ontico la determinazione è un limite (Grenze). La determinazione immediata, la determinazione dell’ente, è limitata, onticamente è l’alterità dell’ente che limita e dunque limitando e determinando altera, forma e s-forma; il rapporto costitutivo dell’ente con l’alterità si dà come s/confinamento e mutazione, passaggio al di là (Jenseits), generazione e distruzione, provenienza da un indeterminato e destinazione all’indeterminato. Essere immediato è questo in/determinarsi e s-confinare in-finitamente al di là dell’esserci qui ed ora. Per l’ente immediato è l’Altro dell’ente, il suo al di là, che circoscrive e domina la determinazione e la limitazione. Come dire: trionfo dell’entropia e del caos, di cui le forme sono prodotti casuali e contingenti. La visione dello spaesamento cosmico, nel suo nerbo logico, è contenuta tutta già nella dialettica delle categorie di quantità e qualità, le categorie ontiche dell’essere immediato, raccolte ed esaminate da Hegel nella prima parte della sua logica. Che non a caso si conclude con l’oscillazione di Misura e Smisurato.
A livello logico, concettuale, la determinazione è affare diverso. Non è più una questione di enti immediatamente dati e misurati, perimetrati e accatastati. Ma è questione dell’autorganizzarsi del pensare. A livello logico pensare in modo determinato è pensare il concetto particolare (das Besondere).
La determinazione dell’universalità è la particolarità (Besonderheit).
Costituendosi al livello logico-concettuale, il rapporto dell’Universale con la propria alterità, e dunque anche con la propria in/determinatezza, non si dà attraverso l’alterazione e il passaggio in-finito al di là. Qui il movimento costitutivo della in/determinazione non è il passare oltre, l’estendersi o accrescersi (ogni deformazione verso l’indeterminato può essere vista come un accrescimento smisurato) ma il contenere.
A questo livello la determinatezza pur rimanendo solo un momento immanente dell’universale, contiene l’universale: nel particolare l’universale sta presso di sé e non presso un altro:
“das eigene immanente Moment des Allgemeinen; dieses ist daher in der Besonderheit nicht bei einem Anderen, sondern schlechthin bei sich selbst.”
Se il particolare è sempre immanente all’Universale, il particolare riesce anche a con-tenere, in-trattenere l’Universale: “Das Besondere enthält die Allgemeinheit”.
Dunque Hegel esplicitamente indica nel rapporto particolare-universale, al livello logico concettuale, la chiarificazione e lo sviluppo, secondo verità, del rapporto sostanza (Substanz)- attributi e modi, che con Spinoza segna il vertice della considerazione riflessivo-deduttiva che pertiene al campo ontologico-categoriale.
L’immanenza del particolare nell’universale, insieme al con-tenimento dell’universale nella particolarità, non è una novità, ma piuttosto un tratto tradizionale della logica. Anche qui Hegel riveste con la sua dialettica rapporti tradizionali. Hegel sta esprimendo l’immutabile e inalterabile sussistenza del Genere nelle sue Specie: “Die Gattung ist unverändert in ihren Arten”.
Ecco dunque che se l’ente sconta la propria determinatezza immediata nell’alterazione, nella vicissitudine della generazione/corruzione, l’Universale concettuale nella determinatezza del Particolare rimane inalterato.
Non l’ente, ma l’autocomprensione di cui l’ente è capace, l’autocomprensione concettuale dell’ente, è immutabile. Non l’ente ma il concetto che l’ente ha di sé stesso è immutabile.
Ricordo che distinguere tra categoria e concetto è momento portante per capire il discorso hegeliano ed il nesso con Kant. Categoriali sono le quantificazioni e le qualificazioni ontiche immediate e le determinazioni riflessive e mediate dell’essenza, ovvero le determinazioni ontiche e ontologiche dell’ente come oggetto intuitivamente immediato o come contenuto di riflessione e mediazione relazionale, in cui si esprime lo schematismo relazionale dell’apparire dell’ente. In entrambi i casi nelle categorie non si esprime l’autocomprensione concettuale dell’ente. La sostanza spinoziana, è ancora una determinazione categoriale riflessiva, quindi oggettivo-cosale e ontologica, ovvero un costrutto relazionale che determina l’apparenza obiettiva dell’ente, l’essenza mediata del suo essere, ma è insufficiente a cogliere il dinamismo con cui l’ente si comprende. Questa autocomprensione dell’ente è affare della logica. Giacchè la logica è l’unico sapere in cui soggetto e oggetto coincidono.
Ritorniamo quindi alla dialettica logica della determinazione. Qui si tratta dell’ente non nella sua immediatezza qui ed ora, né nella sua mediazione di cosa raccolta nell’unità delle molteplici apparizioni. Qui si tratta dell’ente nel dinamismo di immediatezza-mediazione, l’ente nel gioco dialettico che lo anima e lo mobilita, l’ente nella sua universalità/particolarità, l’ente come circolazione logica dei diversi momenti del concetto, l’ente come autocomprensione, come Geist o come direbbe Heidegger, Essere proprio.
Ritorniamo quindi alla dialettica logica della determinazione.
Il Genere è inalterato, lo Stesso e Identico, nelle Specie. La diversità (Verschiedenheit ) dell’alterità pertiene non tanto al rapporto Genere-Specie, quanto al rapporto Specie-Specie:
“die Arten sind nicht von dem Allgemeinen, sondern nur gegeneinander verschieden. Das Besondere hat mit den anderen Besonderen, zu denen es sich verhält, eine und dieselbe Allgemeinheit.”
La diversità (Verschiedenheit ) dell’alterità è qui appresentata, nello star contro, nell’ad-versione, dell’uno contro l’altro (gegeneinander). Una stessa universalità è contenuta nei due particolari che stanno l’uno contro l’altro. Viene in mente la critica di Bayle a Spinoza: la sostanza è un dio che divora se stesso. Solo che se questo vale per la sfera ontica delle cose apparenti, non vale per il loro puro concetto che nell‘autonegazione non scompare divorato.
Proprio perché unico e lo stesso è l’Universale che è contrario a sè stesso nei suoi particolari, allora la diversità è, allo stesso tempo (zugleich - espressione che si usa nell’enunciazione del principio di contraddizione quando si vuole espungere il rimando al “tempo”), un‘unica e stessa identità nell‘Universale, perché nello star contro i particolari si esauriscono reciprocamente e compongono la Totalità.
„Zugleich ist die Verschiedenheit derselben um ihrer Identität mit dem Allgemeinen willen als solche allgemein; sie ist Totalität.”
Il particolare dunque non solo con-tiene e in-trattiene (enthälten) l’universale ma lo espone, lo appresenta (darstellen) attraverso la sua determinatezza, che abbiamo scoperto consistere in quella diversità che si rivela come star contro altri particolari: „Das Besondere enthält also nicht nur das Allgemeine, sondern stellt dasselbe auch durch seine Bestimmtheit dar”.
La dialettica hegeliana sembra quindi voler indicare nella logica tradizionale dei generi e delle specie il vero senso logico-universale del rapporto di determinazione. Nella logica tradizionale la dialettica riesce a cogliere l’universalità del Genere come contrarietà di universali particolari, diversità di specie l’una contraria all’altra. La specie particolare nella contrarietà ad altre specie particolari mostra di esser immanente ad un Genere e allo stesso tempo di saper con-tenere e in-trattenere nella propria differenza tutta l’universalità, il rapporto alla totalità, proprio del Genere.
Esemplificando: L’universalità del Genere A0 si appresenta nella diversità totalizzante che mette la Specie A 1(+b-c) contro la Specie A2 (+c-b) - intendendo c e b come particolari differenze specifiche nel loro gioco dialettico-contrario-contraddittorio di assenza e presenza.
La sfera della diversità (Verschiedenheit ) delle determinatezze dell‘universale deve quindi esaurire tutti i particolari ( das Besondere erschöpfen muß), deve circoscriverli in modo esauriente. La diversità dell’universale richiede almeno la completezza (Vollständigkeit) delle specie. Tuttavia la diversità delle specie, nel senso della loro completezza, è qualcosa di ontico e immediato, un’insieme estensionale che immediatamente si dà o non si dà (es gibt), dunque un’entità illimitata (unbeschränkte) o accidentale (zufällige).
La diversità al livello logico appare, invece, con i caratteri della Totalità (Totalität). La diversità nella totalità è una differenza (Unterschied) secondo un criterio (Maßstab), un principio (Prinzip), una assoluta unità (absolute Einheit).
La diversità al livello logico-concettuale, come totalità, si appresenta nella opposizione ( Entgegensetzung ).
„Die Verschiedenheit aber geht in Entgegensetzung über“.
E l’opposizione deve intendersi come relazione immanente dei diversi (immanente Beziehung der Verschiedenen): contrapposizione. Nella relazione immanente, per Hegel, non si tratta più di trapassare (Übergehen) da un termine all’altro, come se l’opposizione fosse posta come legame riflessivo tra due diversi. E‘ piuttosto vero il contrario: l’opposizione tra due diversità, la dualità, richiama l’unico principio, l’unica determinatezza semplice (einfache Bestimmtheit), l’unica differenza che si contrappone. Non è la dualità dell’opposizione che produce l’unità della contrapposizione ma è l’unità del contrapporre che produce la dualità dell’opporre.
La comprensione è perfettamente duale, determinante, distinguente, dicotomica e opposizionale, solo perché unitaria e originariamente autocomprendente e contrapposizionale.
Scoprendo questo motore della differenza nella negazione immanente, per cui per essere me stesso devo contrappormi ad altro e reggere la contraddizione, il campo della dissomiglianza è sottratto all’infinita erranza nomade, e viene strutturato da un attrattore formidabile che prepara l’emergere del Fondamento.
Avevamo già scoperto che per Hegel l’Universale è questa differenza esclusiva in se stessa e per se stessa.
Il Particolare che dell’Universale è la differenza e la relazione ad altro (Unterschied oder Beziehung auf ein Anderes), il rilucere e apparire fuori di sè (Scheinen nach außen), non si distingue (unterschieden) da altro, al livello logico concettuale, che dall’Universale stesso.
Il particolare, tutto rivolto a cogliere ciò che non è concettuale, in realtà è la differenza e la negazione immanente dell’universale stesso.
Nel regno logico-concettuale del pensare non c‘è alcuna alterità presente (es ist aber kein Anderes vorhanden ) che il pensiero distingua che non sia alterità immanente e quindi con-tenuta e in-trattenuta dal potere generante della contrapposizione.
Il particolare non è che un altro universale, ovvero la determinazione dell’universale in se stesso. Nel regno logico-concettuale ogni determinazione dell’universale ed ogni differenza sono proprie dell’universale stesso „Das Allgemeine bestimmt sich, so ist es selbst das Besondere; die Bestimmtheit ist sein Unterschied; es ist nur von sich selbst unterschieden”.
Ciò significa, ancora, che il rapporto di immanenza/contenimento/in-trattenimento tra Particolare e Universale è una relazione o riflessione immanente, una dualità generata dall’unità.
Il Particolare, la Parte avversa (Gegenteil) in cui l’Universale si ritrae e concentra, si contrae, non è che l’Universale che si è determinato e posto da se stesso.
„Sie (die immanente Beziehung) hat keine andere Bestimmtheit, als welche durch das Allgemeine selbst gesetzt” e ancora „Das Allgemeine als der Begriff ist es selbst und sein Gegenteil, was wieder es selbst als seine gesetzte Bestimmtheit ist”.
Attraverso questa dialettica Hegel vuole dire che la strutturazione logica tradizionale scandita dai generi e dalle specie, e dal rapporto Universale-Particolare, non rispecchia in termini quantificanti o relazionali, insiemistici, una pluralità e molteplicità esterna al pensiero, ma esprime la compiuta autocomprensione unitaria e totalizzante dell‘ente nel pensiero.
L’Universalità del concetto non è che l‘autocomprensione. Infatti l’universalità del concetto (Begriff), concettualizza (greift über) solo se stessa, e non domina che se stessa, ovvero è in se stessa signoria che rimane presso di sè: „Das Allgemeine als der Begriff (…) greift über dasselbe über und ist in ihm bei sich“.
La diversità-differenza-opposizione duale di Universale e Particolare è il risultato della divisione-partizione-contrapposizione originaria del concetto in stesso e per se stesso.
L‘unico concetto si consegna ad una Parte (auf die Seite stellt) e così si contrappone alla propria immediatezza e indeterminatezza nella propria Partizione (Einteilung ). „Es gibt daher keine andere wahrhafte Einteilung, als daß der Begriff sich selbst auf die Seite stellt als die unmittelbare, unbestimmte Allgemeinheit“.
Dunque dall’originaria universalità U0 passiamo alle due universalità, quella immediata e indeterminata, l’universalità generica U1g, e quella determinata e riflessa, l’universalità specifica U2s. Così in rapporto a U0 abbiamo due universalità che reciprocamente si determinano come particolari opposti P1(U1g) ^ P2 (U2s). Lo svolgimento di questa dialettica dell’unità dell‘Universale U0 nella immanente dualità particolare dell’Universale generico e specifico, nella formula P1,2=(U1g) ^ (U2s) , spiega speculativamente, nell’intenzione hegeliana, i rapporti di coordinazione (koordinieren) tra specie particolari- nell’autonegazione di UO/ P1 coordinato a P2- e di subordinazione (subordiniren) tra generi e specie - nella autonegazione di U0/Ug sovraordinato a Us - nella logica tradizionale, deducendoli dalla semplice e pura autodeterminazione del concetto.
Per Hegel si può riuscire a sviluppare la dualità immanente all’unità, contenendo l’unità nella dualità, solo se si considera il lavoro della negazione, la negazione all’opera. Nella nostra formula del Particolare -P1(U1g) ^P2 (U2s) - i contrapposti sono Due, ma la determinatezza che li rende particolari è Una, ed è la capacità di U0 di negare se stesso, nella nostra formula è quell’unico concetto originario U0 che si nega (subordinandosi gerarchicamente) in U1g e U2s e si nega (coordinandosi opposizionalmente) in P1 contro P2 .
Quella negatività che onticamente è un distruggere, un tramontare-trapassare (Übergehen), logicamente è uno star di fronte l‘uno contro l‘altro (Gegenüberstehenden) delle Parti sovraordinate e coordinate.
Si tratta del tradizionale e aristotelico quadrato logico dei contrari e dei contraddittori che squaderna e dispiega, appresenta, le affermazioni universali e particolari, a partire dalla particella “non”. Un’altra conferma che la dialettica hegeliana non è descostruttiva rispetto alla logica aristotelica ma è un metodo, idealistico, di fondarla sull’atto unitario del pensare. Una fondazione intensiva e non estensionale e quantificante, certo.
A rivalutare il potere determinante e posizionale della negazione immanente è stata successivamente la critica letteraria strutturalista e semiotica. Dove Universale e Particolare scompaiono nel quadrato. Scompare quindi la loro interpretazione quantificabile e insiemistica, e al loro posto compaiono contenuti diversi, ma implicati, con-tenuti e in-trattenuti dalla loro contrapposizione e negazione immanente.
Universale e Particolare, anche per Hegel, prima di Greimas, non sono quantificazioni su insiemi o classi, perché sono determinazioni dello stare contro (gegeneinander) come Parti. E quando Due stanno contro, non stanno solo insieme (zusammen) perchè uguali (gleich) in qualcosa secondo la riflessione, ma perché hanno negato entrambi l‘Unico e sono entrambi la stessa negazione determinata di quell‘unico, Il Senso testuale per Greimas, il Pensare per Hegel .
Per questo Hegel dice che lo stare nella contrapposizione espone e appresenta quella semplice Autonegazione che è il concetto, che è l’autocomprensione, che è il “Conosci te stesso”.
Conoscere se stessi significa sdoppiarsi, duplicarsi, nel pensiero naturalmente. Onticamente: lottare per affermarsi.
Veramente universale è solo l’autocomprensione e questa non è che star di contro, star da una parte contro la parte avversa.
„Aber eben dies Allgemeine, gegen welches das Besondere bestimmt ist, ist damit vielmehr selbst auch nur eines der Gegenüberstehenden. Wenn wir von zwei Gegenüberstehenden sprechen, so müssen wir also auch wieder sagen, daß sie beide das Besondere ausmachen, nicht nur zusammen, daß sie nur für die äußere Reflexion darin gleich wären, Besondere zu sein, sondern ihre Bestimmtheit gegeneinander ist wesentlich zugleich nur eine Bestimmtheit, die Negativität, welche im Allgemeinen einfach ist.”
Quella stessa negazione che onticamente è il tramontare (Übergehen), degli enti, la loro fine ed estinzione, è pure la legge strutturale che ordina la duplicazione logica e permette l’autocomprensione perchè consente di stare contro se stessi, di stare di fronte a se stessi; di essere il puro star di fronte.
E il contenuto più reale dell’immutabile autocomprensione non è forse la fine di ogni ente ? ed il concetto non è questo star a fronte (Gegenüberstehen) del tramontare (Übergehen) ? Questo insistere ad in-trattenere e con-tenere il Tramonto ?
Così ogni differenza ontica e ontologica ha per Hegel la sua verità, il suo senso direbbe Greimas, nell’unità duplicata logico-concettuale. „Wie sich der Unterschied hier zeigt, ist er in seinem Begriffe und damit in seiner Wahrheit. Aller frühere Unterschied hat diese Einheit im Begriffe”.
Le categorie ontiche e ontologiche, le categorie che Hegel ha trattato nella logica dell’essere e dell’essenza, ora vengono comprese come semplici concetti. Non sono visioni del mondo, sono semplici concetti, visioni allo specchio.
L’essere, l’esser determinato, il qualcosa, il tutto e le parti, la sostanza e gli accidenti, la causa e l’effetto (Sein, Dasein, Etwas,Ganzes und Teile usf., Substanz und Akzidenzen, Ursache und Wirkung) non sono immagini del mondo, non sono che concetti, dice Hegel.
E questo significa, ora, che le differenze e le negazioni da cui le categorie sono costituite - l’essere non è il nulla, il determinato non è l’indeterminato, il tutto non è la parte, la causa non è l’effetto, la sostanza non è l’accidente, ecc. - sono contrapposizioni interne alla concettualità.
Per l’essere, lo ripeto ancora, negazioni e differenze sono limiti ontici dell’ente nella sua alterità e alterazione (Grenze eines Anderen). Per l’essenza, sono differenze relative della riflessione poste nella relazione tra un termine ed il suo altro (Unterschied … in der Reflexion ist, ist er relativer, gesetzt als sich auf sein Anderes wesentlich beziehend) - Greimas direbbe relazioni tra segni presenti/assenti. Per Kant costrutti relazionali dell’intelligenza che alla realtà spazio-temporale si riferiscono per ordinarla in un sistema complesso di oggetti cosali interagenti.
Per Hegel quelle negazioni e differenze costitutive delle categorie sono determinazioni del pensiero (Gedankenbestimmungen) che pur nella loro diversità sono unificabili come duplicazioni dell’unico concetto, dell’unica determinazione semplice. Attraverso la dialettica deve emergere infatti l’opposizione e la contraddizione immanente nel concetto di relazione.
La causa non è l’effetto, ma tale diversità e differenza è immanente al concetto relazionale di causalità.
Hegel sembra dire che sebbene la differenza categoriale non abbia ancora assunto forma logica ma abbia la forma del rapporto, della relazione tra diversi, tuttavia già nell’unità relazionale deve essere pensata l’unità dell‘Universale e nella diversità e differenza dei termini relazionali, nella loro differenziazione e diversificazione, deve essere pensata la dualità del Particolare.
Causa ed effetto sono i particolari dell’universale pensiero della causalità.
La determinazione relazionale e categoriale, ontologica ha quindi in Hegel la sua risoluzione e deduzione dialettica nella determinazione concettuale e logica.
Hegel qui compie il progetto kantiano di una deduzione metafisica (nel senso che questa espressione aveva all’interno della Critica della Ragione pura): la derivazione delle categorie dell’intelletto dalle nozioni della logica tradizionale.
Il progetto deduttivo è compiuto dialetticamente, nel senso che Hegel non può direttamente dire che, per esempio, le nozioni di Tutto e Parte, Causa ed Effetto, siano l’impronta ontologica, il calco reale, della differenza logica oppositiva di Universale e Particolare. La deduzione metafisica Hegeliana è critica e non dogmatica ed oggettivante. L’idealismo hegeliano è perfettamente postkantiano, ovvero è critico. Che al posto della cosa Hegel metta il pensiero, non toglie il punto di partenza che in filosofia quando si determinano oggetti non si stanno raccontando miti e storie sulle cose.
Tutto e Parte, Causa ed Effetto, possono venire dialetticamente costituite come differenze e determinazioni puramente logiche, perché la dualità e unità del loro schema relazionale può essere pensata come unità e dualità semplicemente concettuale.
La dualità relazionale oppositiva concettuale di Causa ed Effetto (Ursache und Wirkung) è il riflesso speculare dell’unità concettuale della Causalità (Kausalität).
Questa deduzione logico-dialettica di Hegel definisce il significato logico-trascendentale delle categorie. Esse ontologicamente e onticamente saranno pure relazioni tra apparenze, ma logicamente vanno chiarificate come gradi inferiori dell’autocomprensione del pensiero.
Banalmente ogni ricerca di cause ed effetti è un tentativo di conoscere cosa si è, tentativo che può avere successo solo quando dalle cause agli effetti si passa al rapporto tra Universale e Particolare. Ovvero dalla ricerca della cosa si passa all’autodeterminazione del pensare.
Un classico problema dell’elenco delle categorie in Aristotele e Kant riguardava la loro completezza.
Logicamente, secondo Hegel, la determinazione pensante è completa nella differenza di Universale e Particolare, dunque logicamente le specie particolari dell’Universale unico sono sempre e solo Due. „In Absicht auf Vollständigkeit hat sich ergeben, daß das Bestimmte der Besonderheit vollständig in dem Unterschiede des Allgemeinen und Besonderen ist und daß nur diese beiden die besonderen Arten ausmachen.”
Al livello ontico, abbiamo già detto molte volte, le differenze sono limiti che distinguono e separano da altro, in modo tale tuttavia che presuppongono qualcosa che sconfina e si disloca, trasgredisce.
Al livello ontologico mediato, le differenze sono posizioni, in modo tale che ogni posizione richiama la posizione di altri ed è quindi relativa (relativer) relazionata ad altro ( auf sein Anderes wesentlich beziehend ), dunque si tratta sempre di una differenza apparente (der Schein an einem Anderen).
Nelle categorie ontologiche di causa ed effetto, tutto e parti, i termini differenti e diversi sono categorizzati come posizioni relative ad uno schema unitario, senza che lo schema sia pensato e compreso nell’unità del concetto. Per questo di tali schemi la deduzione unitaria, come si vede in Kant, è enigmatica ed oscura.
In Kant gli schemi apprensionali di causa e di effetto non sono la particolarizzazione della categoria di Causalità unitariamente concepita. L‘unità categoriale è una posizione relazionale costitutiva di uno schema apparente che può essere applicato a una varietà di contenuti intuitivi. Non ha altra unità che quella di una possibile e varia, casuale, applicazione ad un contenuto rappresentativo.
Per questo a Kant non basta la frettolosa e lacunosa deduzione metafisica delle categorie dalla tavola dei giudizi logici ed egli deve introdurre una deduzione trascendentale di tipo soggettivo in cui il principio di unità non è il concetto, ma l’Io, la sua forma psico-logica in coordinazione e collegamento con le altre facoltà psico-logiche della rappresentazione, l’intuizione spazio-temporale e l’immaginazione ri-produttiva, descritte nella loro funzionalità gnoseologica empiricamente condizionata dalla forma pura del dato oggettivo.
L’appercezione trascendentale per Hegel, strappata alla psicologia e alla gnoseologia empirica, non è altro che la semplice unità del concetto della logica tradizionale, la cui forma d’ordine, la cui strutturazione per gerarchia di specie e generi, la cui determinazione, la cui differenza contappositiva particolarizzante, vale per sè stessa come principio di autorganizzazione e autopoiesi, indipendentemente dalla rappresentazione di una qualsiasi realtà. E‘ pura autocomprensione che ha annullato in se stessa il mondo.
Se il Pensiero si autocostruisce, nella sua autodeterminazione logica non crea però la Natura.
Al massimo può costruirne il modello perfetto. La Natura si organizza e costruisce da sola e indipendentemente, e tuttavia ripercorre, in un senso proprio, che al concetto deve apparire imperfetto, quella necessità logica che il Pensiero coglie per parte sua come la propria vera natura.
Natura e Pensiero stanno come due parti l’una contraria all’altra, nel modo più radicale possibile, l’una isolata dall’altra, e per ciò stesso rinviate reciprocamente alla loro esteriorità.
Tuttavia che nell’ordinamento concettuale si possa porre la determinatezza della differenza di Universale e Particolare secondo la semplicità e purezza del principio di opposizione immanente dei diversi, di relazione immanente, della negazione assoluta e della contrapposizione esclusiva, significa che il Regno Logico ha un carattere di dominio sul proprio campo e ambito di organizzazione oggettivamente superiore al Regno della Natura.
Che nella natura si trovino più di due specie è prova dell’impotenza della natura (die Ohnmacht der Natur) incapace di autodistinguersi secondo il rigore del concetto (die Strenge des Begriffs) ed è prova del fatto che nella natura la produzione posizione delle forme è una moltiplicazione ciecamente aconcettuale (begrifflose blinde Mannigfaltigkeit) esteriore, estrinseca, dispersa e disseminata, ramificata.
A chi ammira nella natura il moltiplicarsi di generi e specie in una infinità diversità di forme (unendliche Verschiedenheit Gestaltungen) Hegel risponde che l’ammirazione è un atteggiamento privo di comprensione reale perché prende come proprio oggetto il non razionale: „die Bewunderung ist ohne Begriff, und ihr Gegenstand ist das Vernunftlose”.
Nella sfera spirituale il corrispettivo della sfrenata impotenza plasmatica e plastica della natura è la capacità di farsi venire in mente rappresentazioni arbitrarie (willkürlichen Einfälle des Geistes in seinen Vorstellungen). Le rappresentazioni sono tracce (Spuren) e presentimenti (Ahnungen)del concetto, ma non il suo ritratto fedele (treuern Abbild). Piuttosto il suo “differimento” , il suo è erramento nomadico.
La potenza del concetto non è intaccata o scossa, pregiudicata, da questo libero moltiplicarsi naturale della differenza (Unterschied ) nella forma della per sè stante diversità (Gestalt selbständiger Verschiedenheit), il concetto sovrasta l’erranza nomade della differenza naturale e la domina lasciandola libera di prodursi casualmente.
Il concetto lascia che la necessita estrinseca, la casualità, l’arbitrio e l’opinione (äußerlicher Notwendigkeit, Zufälligkeit, Willkür, Meinung) operino i loro effetti e realizzino le proprie forme labirintiche e divergenti, centrifughe e relegate ai margini, locali. Questo rigoglio infatti non minaccia la legge del concetto, la legge della negazione determinante e contrappositiva. Quella legge viene applicata in Natura su grandi superfici, estensivamente, mancando l’intensa semplicità e purezza dell’autocomprensione.
Il potere assoluto del concetto, la sua Legge, si rivelerà comunque sempre, alla fine, nell’autoannientamento ontico e irreversibilmente fluente di ogni altro potere e principio incapace di raggiungere l‘autocomprensione e quindi l’Idea, incapace quindi di custodirsi nell’Idea del proprio tramontare.
Ogni varietà e molteplicità naturale nella sua stessa produzione arbitraria, marginale e locale è un Niente (Nichtigkeit) per la logica . Di quel molteplice naturale rimarrà solo la figura interiorizzata che la parte avversa, il Pensiero, si è posta di fronte e contro.
Volendo estrapolare potremmo dire che l’ente capace di autocomprensione e che agisce sulla base di questa autocomprensione, l’ente del tramonto, l’uomo storico, l‘Uomo come Storia (l’uomo dipinto, l’uomo scolpito, l’uomo ritratto con i segni del potere, il Re, l’uomo-dio, l’uomo tragico del teatro greco, l’uomo significato dalla parola, l’uomo filosofo del tramonto), riconduce l’inquieta energia creativa del vivente, la Vita varia e differente, alla sua figura semplice, redimendola dalla dispersione e disseminazione variegata e rigogliosa delle figure naturali.
La forma dell’Uomo. La Storia, che domina e avversa la Natura, è infine espressione dell’universale contrarietà agonistica e competitiva della Parte che diventa il Senso del tutto, contrapponendovisi.
L’uomo, l’ente che si autocomprende e si mette di fronte e contro se stesso, che sta contro il proprio tramonto, è più vicino al Concetto che alla Natura, è più vicino all’intensità partigiana della negazione logica che alla estensionalità differente e differimente della negazione spazio-temporale.
L’Uomo pensante è quel Particolare che contiene l’Universale, a cui pure è immanente, standogli contro e avversandolo.
L’uomo pensante è l’uomo storico che ha spodestato la Natura del proprio sovrano dominio, ponendo se stesso, ancora nella Natura, come senso e fine del Tutto.
(written by rosario gianino)
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20 Giugno 2009 alle 20:18
“L’ultima cosa al mondo che non avesse ancora ricevuto il battesimo di un nome umano è stata individuata, stanata e nominata. Non vi sappiamo ancora dire cosa sia, il riserbo è al momento totale. Ma l’avvenimento ci commuove come la nascita di un figlio imprevisto, venuto suo malgrado a salvare il mondo. Non sappiamo se si tratti dell’ultima particella della materia, di una formazione di roccia sconosciuta, o di una creatura, magari - chissà - di una scimmietta, infrattatasi ben bene fino ad ora in qualche fitta foresta e tirata fuori da un cespuglio per la coda dalla mano fortunata di un naturalista. Una cosa è certa, in ogni caso: tutto è venuto a galla, il mondo non ci riserva più sorprese, teniamo ogni cosa in pugno, alla luce del sole e della nostra strumentazione. La natura si ripiega su se stessa come un castello di carte sbilanciato. Siamo in tutto uguali a Dio. Prima della creazione. Speriamo che duri. Comincio a non sentirmi più la mano.”
20 Giugno 2009 alle 21:22
Anche la proliferante varietà ramificata della Vita viene schematicamente classificata nel sistema dei Generi e delle Specie: Esiste una Historia Naturalis, ed è un Uomo, Linneo, che sta davanti ad una tabula, ad un foglio a quadretti, oppure Charles Darwin che nel suo taccuino disegna l’albero della Vita mentre solca sul Beagle l’oceano con l’orgoglio della marineria inglese.
Nietzsche decise di abbracciare un cavallo e impazzire, decise di non essere più Uomo ma Dioniso, di essere Vita nella Vita, di precipitare nell’innominabile, ma con stile, con ascetica aristocrazia. Fu animale nudo nel chiuso della sua stanza, senza fotografi e paparazzi, fin quando non se lo venne a riprendere il suo amico teologo, a Torino.
20 Giugno 2009 alle 21:36
Vedi in questo una provvidenza?
20 Giugno 2009 alle 22:03
In fondo anche quella era una imbarcazione, dell’umile marineria di Acitrezza, tanto umile che è pure affondata.
Ma come si fa a far naufragio nel tratto di mare tra Riposto ed Acitrezza ?
20 Giugno 2009 alle 22:15
«Poco importa il giorno esatto dell’autunno 1888 in cui Nietzsche è diventato completamente pazzo e a partire dal quale tutti i suoi testi appartengono non più alla filosofia ma alla psichiatria: tutti, compresa la cartolina postale a Strindberg, appartengono a Nietzsche e sono imparentati con l’Origine della tragedia. Ma non bisogna pensare tale continuità sul piano di un sistema, di una tematicità e neppure di un’esistenza: la follia di Nietzsche, cioè lo sprofondarsi del suo pensiero, permette a questo pensiero di aprirsi sul mondo moderno. Ciò che la rende impossibile ce la rende presente; ciò che la strappava a Nietzsche la offre a noi».
Michel Foucault, Storia della follia, p.454
21 Giugno 2009 alle 13:21
“Se il Pensiero si autocostruisce, nella sua autodeterminazione logica non crea però la Natura. Al massimo può costruirne il modello perfetto. (…)”
“Che nella natura si trovino più di due specie è prova dell’impotenza della natura (die Ohnmacht der Natur) incapace di autodistinguersi secondo il rigore del concetto (die Strenge des Begriffs) (…)”
Che il Tramonto sia allora l’unico modo di guardare in modo perfetto la Natura?
Grazie per le suggestioni del tuo testo,
Davide
21 Giugno 2009 alle 13:51
Benvenuto Davide,
Avevo e non avevo pensato a questo tuo collegare miei pensieri. Ma con questa tua nota si scatenano meccanismi associativi imprevisti ma non meno cogenti.
Il Tramonto: così ho inteso il verbo di Hegel (ubergehen), che lui usa soprattutto nella logica dell’essere, quella che io chiamo logica ontica, la logica della quantita-qualità, la logica dei limiti e delle kantiane forme pure di spazio e tempo.
In questo testo che commento, c’è un passo in cui Hegel dice che al confronto del pensare la Natura è Nulla. Un pensiero da mitologia “indiano-brahaminica” nel cuore del motore occidentale.
E’ conosciuta la battuta hegeliana secondo cui le stelle non sarebbero che escrescenze di materia e l’altro suo pensiero secondo cui il più insulso motto di spirito, una sola barzelletta, manifesta una profondità maggiore di qualsiasi gesto della vita semplicemente organica.
Con un motto di spirito, sul far del tramonto, Hegel si libera di ogni ammirazione verso la sfrenata “impotenza” naturale.
Insomma Hegel sta dentro la vexata qaestio del nichilismo occidentale. E vi sta a partire dal rovesciamento di Spinoza e della sua doppia sostanziale Natura, naturans e naturata.
Alla storia la natura serve solo come fondo alimentare e combustibile. La natura, il Geist, se la mangia.
Nietzsche e Heidegger, dentro il nichilismo, si dibattevano. L’Aurora cercavano, di là dal tramonto. La polemica sulla temporalizzazione autentica di Heidegger è da leggersi in chiave nicciana.
Heidegger scrive in “Logica-il problema della verità” nel 1925-1926:
“La comprensione volgare del tempo dice a proposito del tempo che esso trascorre, mai però che esso sorge, il che potrebbe essere detto formalmente con lo stesso diritto, soprattutto in Hegel. Nemmeno le precedenti teorie hanno mai chiarito nè avrebbero potuto farlo all’interno del loro ambito per quale ragione, se il tempo è divenire, esso debba essere sparire. Già Aristotele, nella sua spiegazione del tempo, ha assegnato il tempo al trapassare e non al sorgere. Perché sia così è oscuro”.
Qui mi fermo, per ora.
@ Guido
Quello che traduciamo con “Origine della tragedia” è la “Geburt der Tragoedie”, la nascita: l’aurora. E’ il nascere che è tragico in un epoca dove soltanto si declina e tramonta. E’ folle voler nascere mentre il mondo tramonta, è folle non voler accettare il tramonto, per chi crede fermissimamente che tutto tramonti.
21 Giugno 2009 alle 16:47
Grazie, Rosario.
Anche per quello che hai detto a Guido.
A presto,
Davide
22 Giugno 2009 alle 13:42
Ros, ti consiglio di inserire questa citazione:
“Dio non è concepibile in rapporto a noi - a una parte cioè - che in uno stato di avversione. Ossia è concepibile solo come Parte a sua volta (o, come certuni dicono Persona).”
22 Giugno 2009 alle 13:53
Cart, già fatto, mi era rimasta in mente ma ho dovuto intuire in quale libro di Sgalambro l’avessi letta…complice l’impressione del colore giallo e l’argomento l’ho rintracciato: il “Dialogo Teologico” (1993).
La citazione è perfetta. Non mi interessa per l’aspetto “empio” o “odioso”, lo sai, ma perchè suggerisce che il panteismo distribuito anarchicamente non è il modo logico di pensare l’universalità e la totalità.
23 Giugno 2009 alle 11:25
Ros tu dici che:
“Hegel dice che al confronto del pensare la Natura è Nulla. Un pensiero da mitologia “indiano-brahaminica” nel cuore del motore occidentale.”
Si, nel passo cui tu ti riferisci Hegel però considera non tanto la Natura nel suo complesso, quanto quello che nella natura è necessità e accidentalità. La natura ha poi un nucleo logico che è gradino e livello essenziale per lo sviluppo dello spirito. In tale nucleo logico forse si deve comprendere anche l’esteriorità. Il concetto deve lasciar libera da sè una esteriorità se poi deve riemergerne.
Piuttosto che la Natura sia una Nullità, è il pensiero che Hegel attribuisce a Spinoza, nelle Lezioni di storia di Filosofia 1825-1826.
“Spinoza ritiene che quel che si chiama mondo non esista affatto e sia solo una forma di Dio e nulla in sè e per sè; il mondo non avrebbe nessuna verà realtà … le cose finite precipitano nel’abisso dell’unica vera identità. La realtà finita, il cosmos, non ha nessuna verità, solo Dio esiste”
Strana interpretazione ! Spinoza il filosofo della Natura divina viene da Hegel interpretato come il filosofo che annichila la Natura ! ! !
Hegel in queste lezioni comincia col parlare della filosofia cinese ed Indiana e coglie acutamente il senso di quest’ultima nella continuità col mito e con la religione. E’ per primo Hegel a interpretare Spinoza nei termini delle filosofie e religioni indiane e orientali.
23 Giugno 2009 alle 11:44
D’accordo Suz, allora preciso meglio.
La distanza di Hegel da Spinoza consiste nel fatto che per Hegel la sostanza non è solo pensabile a partire dai suoi attributi e dal suo modo finito (come è per Spinoza) ma che essa stessa, per quello che è ( non cosa ma logos) è realizzabile solo come consapevolezza di un modo finito nel suo attributo infinito. Il tutto non solo è visto e considerato dalla parte (come è per Spinoza: contemplare l’infinito nel finito) ma è esso stesso autocomprensione di esser parte che contrapponendosi alle altre parti comprende il proprio fondamento infinito.
Detto banalmente: Se nell’interpretazione hegeliana di Spinoza la Natura viene assorbita nella sostanza divina, in Hegel viene la Natura assorbita nello Spirito umano, dalla consapevolezza della parte.
Qualcuno potrebbe dire che sono tutte questioni indistinte e che in fondo non c’è tanta differenza tra Spinoza ed Hegel. In effetti anche in Spinoza il modo finito si sa eterno e quindi costituente la sostanza. Ma in Spinoza questa sostanza, secondo l’attributo pensiero, non è, solo ed esclusivamente, l’autocomprensione, la consapevolezza umana. Per Spinoza esistono Idee che l’uomo non penserà mai ne può mai pensare e che sono divine (le idee dei corpi che non costituiscono il corpo umano e che sono organizzati comunque in modo complesso, in spinoza c’è qualcosa come l’anima del mondo, la consapevolezza di un equilibrio totale della natura, dentro il quale c’è l’uomo ma con il quale l’uomo non coincide). In Hegel l’Idea è unica, ed è il vertice del pensabile e corrisponde al pensiero umano, non c’è un pensiero non-umano (spinoza è animista in un certo senso). Dio è totalmente ed esclusivamente la profonda interiorizzazione del mondo e della natura in una parte, in una persona, nel suo logos abbracciante. Dio è Spirito. Tutto il resto, rappresentazioni, fantasie , impressioni, ecc. sono solo un gradino preparatorio. Al momento la penso così.
23 Giugno 2009 alle 13:03
Guido scrive:
“La natura si ripiega su se stessa come un castello di carte sbilanciato. Siamo in tutto uguali a Dio. Prima della creazione. Speriamo che duri. Comincio a non sentirmi più la mano.”
lo trovo questo passo adattissimo alla questione che stavo esaminando.
Intanto è Hegel stesso a dire che il suo pensiero, in quanto pensiero dell’uomo e in quanto proprio tempo appreso nel pensiero, è l’esposizione di Dio stesso, è Dio, “prima della creazione della natura e di uno spirito finito” (introduzione alla logica).
Poi il fatto che questa presenza di Dio si colleghi al non sentirsi la mano.
Presenza in tedesco si dice “vorhanden”, ovvero “alla mano”.
Che il mio pensiero non sia più disponibile e presente a me stesso, non sia più alla mia mano, è necessario se esso deve venir ri-inviato oltre il tempo proprio, che ha compreso e interiorizzato, destinato all’essere, per dirla con Heidegger.
Che il pensiero è divino significa che ci sarà anche dopo la mia morte e che pensare è esser-per-la-morte.
23 Giugno 2009 alle 14:02
In Italia la sinistra hegeliana ha un nome di destra: Giovanni Gentile, critico di Marx.
24 Giugno 2009 alle 10:49
Una critica marxista di Hegel ?
Adorno: quando dice che nel mondo moderno del totalitarismo fascista nei particolari in cui si concentra il tutto non si ritrova lo spirito di un uomo, che interiormente ha raccolto il senso dell’essere, ma un cieco e folle oggetto tecnico.
Da “Minima Moralia”
“Se la filosofia della storia di Hegel avesse compreso il nostro tempo, le V2 hitleriane avrebbero trovato il loro posto, accanto alla morte precoce di Alessandro (…) Ho visto lo spirito del mondo non a cavallo, ma alato e senza testa”
Se lo spirito umano hegeliano-gentiliano ha sottomesso la natura, il singolo oggetto tecnico sottomette lo spirito umano. Un mondo che va avanti cieco e senza testa, senza pilota, per pura contingenza di cose. Questa è la vera demolizione della filosofia hegeliana: la sconfitta dello spirito che spende tutta la propria intelligenza alla costruzione di oggetti che lo distruggeranno e che non sa controllare.
La parte avversa, lo spirito superiore, solidificato in un oggetto incontrollato e distruttivo: la negazione tecnica che vendica la Natura spiritualmente negata. Il Finale della “Coscienza di Zeno” di Svevo.
“L’anima del mondo che Hegel vide a cavallo nelle strade di Jena, ed era poi soltanto un conquistatore, per gli Arya fu una testa di cavallo” Da “Ka” di Roberto Calasso, 1996
Millenni dopo il Sacrificio brahaminico del cavallo ariano, la Testa tagliata di Napoleone, l’eroe razionale.
27 Giugno 2009 alle 16:48
Alessandro mi ha detto di aver incontrato Melo Sgroi con Melinda e il Gatto Nunzio che passeggiavano bellamente per via Etnea.
Il discorso è caduto sul Blog, e Melo era arrabbiatissimo, furioso.
Infatti si era letto tutto l’articolo su Hegel, capendone poco. Ma non è questo il punto.
Aveva notato che Deridda era scritto Deridda. E lui, gestore di una bancarella del libro usato a queste cose ci tiene.
Non si poteva convincere che si possano commetere di tali sviste, lui che è attentissimo al dettato lettera per lettera.
In un testo di citazioni fallire il riferimento, mancare il Nome proprio, equivale ad una falsificazione in blocco e senza appello.
Ho rimediato ora, correggendo il refuso, grazie ad Alessandro.