“Big Sur” di Jack Kerouac
di Francesco Gianino
Big Sur è stato scritto da Jack Kerouac nel 1961, in dieci giorni, su un unico rotolo di carta per telescrivente. Lui scriveva e scriveva, non dormiva, scriveva e non aveva neanche il tempo di girare pagina: Jack non vuole perdere l’ispirazione e scrive di getto sotto l’effetto di benzedrina.
Ciò che si racconta nel romanzo è stato già vissuto. Jack vorrebbe fare di tutta la sua opera di romanziere qualcosa di simile a quello che fece Proust, con la sola differenza che ciò che scrive lo ha vissuto strada facendo. Nel 1960 Kerouac è nel pieno del successo, famoso come “re dei Beatnik”, si rifugia in una località della California per ritrovare serenità e riposo. Qui i monti cadono a picco sul mare: il Big Sur, appunto. Jack vuole disintossicarsi non solo dal successo, ma dall’alcol. Tuttavia nell’isolamento rimarrà solo poche settimane. Tra solitudine e desiderio di socialità prevarrà quest’ultima. Raggiungerà presto gli amici di San Francisco e riprenderà a bere.
L’alcol è il vero mostro da vincere.
L’autenticità e la sincerità della scrittura di Big Sur fa del romanzo una testimonianza conturbante della condizione di alcolizzato, tra entusiasmi e depressione. Questo motivo diventa letterario e ricorda al lettore d’oggi alcune pagine di Infinite Jest di David Foster Wallace: l’interminabile dipendenza dalla sostanza. Poi, lo stile rapido, il tono autoironico e umoristico, l’intensità poetica e le descrizioni rapidamente disincantate ricordano a posteriori certe pagine di Thomas Pynchon.
Leggere questo Kerouac spiazza, e mette luce su On the road.
” Sì. Stiamo arrivando tutti al dunque. [...] l’aspra follia e ribellione della nostra esistenza reale, della nostra notte, l’inferno, l‘insensata strada d’incubo. E tutto dentro un vuoto senza principio e senza fine.” Erano parole e parole, ma diventano verità in Big Sur. Ci si aspetta trasgressione, vitalità, fughe verso libertà espressive, e si cade invece nel pentimento e nel senso di colpa, nella sopravvivenza. Non è accaduto mai niente. Ci si aspetta da Kerouac la felicità delle libere scelte, e invece l’anticonformista non conta più nulla, si vede spegnere, anzi ammazza la propria vita. Paradossalmente l’unica salvezza è nella società di massa. La fuga nella solitudine e l’immersione nella natura diventa condizione narcisistica ed estetica a breve termine. Kerouac non perde l’autoironia e si prende in giro: niente droghe, niente sballi, niente beatnik, niente sbronze, niente generazione beat nella foresta pluviale. Ma la promessa di fare il bravo ragazzo e darsi al catechismo dura tre settimane: alla prima occasione torna nella grigia città, con gli amici sanfranciscani in compagnia dell’alcol, l’ombra dell’omosessualità e di una morale cattolica proibizionista: ritorna dall’amico Neal e da Carolyne, s’avventurano per la strada, ma sono ormai dei quarantenni poco splendidi. E Jack infine incontra una donna, Billie, con un bambino. La loro storia occuperà gli ultimi dieci capitoli del romanzo: dall’entusiasmo iniziale fino allo svuotamento.
«Voglio che ci sposiamo e che troviamo una intesa sensata sulle cose eterne» dice Billie. Jack invece è imbrigliato emotivamente, prende coscienza sempre più dello stato della sua malattia, l’alcolismo, ma non riesce ad arrestare il progressivo logorarsi del fisico e dello spirito. Registra le sue sbronze quasi clinicamente, ma questo non basta a vincerle.
Big Sur smentisce il luogo comune di un Kerouac da villaggio turistico o da giovane autostoppista che s’organizza la vacanza estiva coast to coast. Quelle sono tutte parole, ciò che rimane è il nulla.
Big Sur si può leggere per tre motivi.
1. Lo stile di Kerouac. Brevi immagini, rapide cose che succedono come la leggerezza corrosiva di un sorso di Brandy; la metafora del linguaggio poetico e l’espressioni comitali da bagordi; le virgole che distanziano movimento e stasi. Questa scrittura la si trova emulativa e con esiti diversi in Pynchon e in DFWallace; ma è imitativa in Tondelli e in tutti quegli scrittori italiani che hanno inventato il solco della scrittura giovanile degli anni novanta. Raccontare la propria esistenza fatta di amici amori e sessualità, sullo sfondo della vitalità cittadina; il desiderio di pace e solitudine: andare via da tutto il rumore inutile e non farcela. La letteratura italiana in questo ha copiato Kerouac e compagni; si è mostrata in ritardo di trentanni. L’autenticità letteraria emerge invece in opere isolate, fuori dalla storia contemporanea: Horcynus Orca e Il partigiano Jonny. Libri che non hanno dato voce alla società contemporanea, ma a valori epici.
L’America invece è la contemporaneità, e in America l’epica vive dentro la contemporaneità.
2. Big Sur è il romanzo dell’inizio della fine. Siamo arrivati al dunque. On the road racconta la giovinezza, con tutta la sua superficiale vitalità e spregiudicatezza: la giovinezza anticonformista. Con Big Sur la grande illusione svanisce e rimane il malessere di un alcolizzato solo e disperato circondato dai suoi amici soli e alcolizzati anch’essi: l’omosessualità e la condivisione della stessa donna sono un modo per cementare il sodalizio maschile. C’è spazio per la poesia, ma è una spacconata, delirio, parole in libertà, parole parole, falsità. C’è una scena, quando di notte, ai piedi della scogliera, la comitiva di Jack comincia a declamare poesie: “Pellegrini che cacano stronzi e dolci anonimi treni …” e mi ricordo di Ecce Bombo quando il gruppo di giovani aspettano l’alba a Ostia e recitano poesie esistenzialiste senza senso. Della futilità e vanità dell’essere beat a quarantanni Kerouac ne è consapevole e ciò trapela dal continuo tono autoironico e umoristico da King of Beatnik con cui parla di se stesso e della Beat Generation. La vita di Jack alterna momenti di ovvietà quotidiana a slanci emotivi e sensazionali, autolesionisti, irrimediabili, senza che ne rimanga luce positiva a lungo termine.
Jack dice: ” … mi rendo conto di essere soltanto uno stupido estraneo che senza alcun motivo fa il cretino con altri estranei, lontano da qualunque cosa mi sia mai importata quale che fosse - Sempre e soltanto “turista” effimero in visita alla West Coast, mai effettivamente coinvolto nella vita di chi ci abita perché sempre pronto a fuggire in aereo dalla parte opposta del paese senza peraltro neanche avere una vita mia dall’altra parte, nient’altro che uno straniero errante… In realtà siamo tutti estranei con strani occhi che se ne stanno seduto in un salotto a mezzanotte per niente …”
3. La storia di amore con Billie costringe Jack a dover progettare e vivere in una nuova prospettiva emotiva. Jack tuttavia è privo di alcuna forza interiore, non riesce sostenersi, ricade in depressione ogniqualvolta l’effetto dell’alcol svanisce. Lui s’è lasciato andare perché aveva bisogno di un rapporto con un donna, ha conosciuto Billie, avrebbe voluto riacquistare con lei l’energia e la vitalità, la voglia di vivere; ma è una storia spinta da un entusiasmo disilluso, sospinto dall’alcol e dagli amici. La maledizione è dentro i sensi di colpa, le tensioni irrisolte: il pensiero della madre, il cattolicesimo bigotto, l’omosessualità latente. Parole parole, è stata la sua esistenza: adesso bisogna tirare le fila del racconto e tutto gli esplode tra le mani. La sua vita ha una dipendenza mortale, nulla a che fare con la superficie delle cose, con i rapporti occasionali e coi momenti di promiscuità. Ora Jack è solo, col suo male, e il male ha chiuso le porte, stretto i lucchetti e indica la fine di tutto. Jack, hai vissuto, e per questo tuo vivere senza senso e senza casa, non hai più alcunché di cui ridere, se non della tua morte. « … non riesco a muovermi emotivamente come diresti tu emotivamente come se fosse un grosso grandioso magico mistero e tutti a dire: “Oh quant’è meravigliosa la vita [...] Ma non capisci che sono diventate tutte parole vuote, adesso mi rendo conto di aver giocato come un bimbo felice con parole parole parole in una grande tragedia serissima, guardati attorno [...] Ma che cos’è tutto questo dare a se stessi, cosa ci sarà mai da dare che possa aiutare qualcuno [...] provo un grande odio mortale nei confronti di me stesso e di ogni cosa, la sensazione di vuoto ben lungi dall’essere il consueto sollievo adesso è come se una grande forza stregonesca mi avesse defraudato di proposito dell’energia spinale che si trova proprio lì in mezzo …»
Appunto stilistico. I periodi di Kerouac sono lunghissimi, intramezzati da trattini (-); tra una virgola e l’altra può succedere di tutto: pensare di fare una gita nel Cayon e ritrovarsi improvvisamente ad ammirare il paesaggio marino e ribelle della west coast. Da una descrizione senza preavviso ci si trova dentro la coscienza di jack. La sua è poesia in prosa. La traduzione in italiano non potrà mai rendere merito alla musicalità stilistica di Kerouac.
Infine, Jack quando pensa alla pace pensa alla madre e al gatto morto come rimozione del fratello perso in giovane età. Vorrebbe tornare a casa in autunno “… e tutto sarà come all’inizio - Una semplice eternità dorata che tutto benedice - Nulla è mai accaduto - Nemmeno questo - [...] Mia madre mi aspetterà tutta contenta - L’angolo del giardino dove Tyche è sepolto sarà di nuovo fragrante santuario che mi renderà la casa ancora più cara [...] Qualcosa di buono continuerà a venire fuori da tutte le cose - E sarà eterno e dorato proprio così - Non c’è bisogno di aggiungere altro.”

24 Novembre 2008 alle 10:54
Questo Big Sur è allora il romanzo del grande “riflusso”, della cenere penitenziale dopo la sbornia entusiastica e gli eccessi immaginifici della Beat poesia ?
Quel “nulla è mai accaduto” regressivo verso lo stadio “infante” della culla-santuario-sepoltura inghiotte ogni esperienza possibile on the road ?
Cosa si è sbagliato se alla fine ci si ritrova estranei a tutto e a se stessi e desiderosi di un porto conformista ?
24 Novembre 2008 alle 19:44
Forse nel non aver saputo, o voluto, ascoltare sè stessi; forse nell’ aver costruito e creduto in una falsa Immagine del Sè; forse nell’ aver creduto o aver voluto credere di essere onnipotenti, di poter fare a meno di punti fermi nella vita, all’ infuori di sè stessi, di potercela fare da soli, di non aver bisogno di nulla davvero e di nessuno, di bastare a sè stessi; forse di non ammettere, neanche al proprio sè, le umane debolezze e gli umani bisogni, rincorrendo sempre un quid che mai si lascia raggiungere, e che forse non c’è o che forse non ha un nome nè sembianze precise; forse nel non ammettere che dietro cotanta ribelle trasgressione si nasconde solo un uomo ( o una donna ) terribilmente solo.
25 Novembre 2008 alle 00:10
“I was having a wonderful time and the whole world opened up before me because I had non dreams.” (On the road)
25 Novembre 2008 alle 06:10
Forgive me, but I don’t believe it; every man has a silent dreaming child inside! Un uomo ( o donna ) senza sogni è solo un uomo ( o donna ) disilluso, ferito, spento….umanamente ( e fragilmente ) uomo.
2 Gennaio 2009 alle 21:22
Grande!!! Jack è il migliore…il suo stile di vita mi ha entusiasmata e colpita molto….
consiglio:
http://www.diceriedeltempo.blogspot.com
3 Gennaio 2009 alle 01:40
a leggere Big Sur, Kerouac arrivò a non accettare più il suo stile di vita ma non ebbe la forza per cambiare. È morto per una emorragia al fegato rovinato dall’alcol. A questo si aggiunge il senso di colpa per una latente omosessualità. Separerei l’ammirazione per la sua opera letteraria da quella per la sua vita. Kerouac stesso sapeva fare una cosa molto bene: scrivere; per il resto non credo avesse alta opinione di se stesso da bravo alcolizzato che era.
25 Luglio 2009 alle 17:25
[...] volete qui c’è una bella [...]
18 Dicembre 2009 alle 04:04
Cari amici…a dir la verità nn ho letto ancora Big Sur…ma ho letto già molti altri libri di Kerouac & Ginsberg & Burrought, insomma sapete bene ki sono…personalmente sono molto interessato alla visione buddhista della vita insita un pò in tutti i testi di Jack…oltre chiaramente al suo modo di “fare arte” (letteratura e poesia)…kiudo con una frase…qualcuno ha letto “Orfeo emerso” e se si ke ne pensate?
18 Dicembre 2009 alle 10:18
orfeo emerso? non lo conosco